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Coronavirus: una prospettiva logica del percorso.

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di Elena Bassoli
L’immunizzazione in saecula saeculorum

Mai come in queste settimane è, comprensibilmente, un fiorire di proposte mediche, chimiche, biologiche, sociali, politiche, giuridiche, amministrative, informatiche ed economiche finalizzate a sconfiggere il nemico mondiale che sta blindando in casa miliardi di persone e che tante morti e dolore sta causando.

E mai come in queste settimane si assiste a commistioni al limite delle “fake news”, che in tempi “normali” verrebbero definite assurde: politici che parlano di medicina, informatici che discutono di amministrazione, e medici che disquisiscono di diritto.

“A ognuno il suo mestiere, e il lupo alle pecore”, diceva mio nonno, riferendosi a chi pretende di giudicare cose di cui non ha alcuna competenza.

È così, in questa confusione accademica e non, di alto e basso livello, che sorgono aberrazioni che sul lungo periodo potrebbero condurre a indesiderate conseguenze.

Tutti vogliamo sconfiggere il nemico comune. Credo che in questo momento non vi sia sulla faccia della Terra, monade più odiata. Bastasse l’odio che ciascuno di noi prova, l’avremmo già sconfitto.

Tuttavia, non è così, e tra tamponi, esami sierologici, vaccini, e cure più o meno probabili, tutti siamo direttamente coinvolti, nessuno è escluso.

Siamo confusi, annaspiamo come una mosca intrappolata tra la tenda e la finestra, che cerca una via d’uscita, la vede, ma non la trova.

In questa condizione mentale offuscata dalla paura, dal dolore e dalla frustrazione si fanno strada oscuri pensieri.

Si smarrisce la necessaria lucidità mentale, si vive con atteggiamento altalenante tra il fatalismo e il misticismo cercando conforto, chi nella fede, che nella laica meditazione.

E come quando da bambini c’era qualcosa che non andava e che non era in nostro potere cambiare, siamo disposti a fare i fioretti.

Pensiamo che rinunciare a qualcosa, magari di piccolo, offrire sull’altare in sacrificio spirituale qualcosa che abbiamo (ma che in fondo non ci serve poi tanto e che troviamo pure fastidioso), sia la strada maestra per arginare il dilagare dell’epidemia.

Non è così.

È così che nascono le idee più strampalate, come quella di pretendere che una App di tracciamento, o, peggio di geolocalizzazione, possa sconfiggere, per sé sola, il virus.

Non è così.

Non vi è alcuna correlazione tra una App e il virus. Almeno per adesso.

In questo clima da pre-Apocalisse, è notizia di ieri che sia stata finalmente scelta la App salvifica: si chiamerà “Immuni”, e già il nome suona accattivante, sembra quasi il nome di un vaccino: “Installa la App e avrai lo scudo che ti immunizzerà da mostri presenti e futuri in saecula saeculorum”.

Non è così.

La App di per sé, poverina, non sarebbe neanche male, se solo fosse messa in grado di funzionare, ma non lo è, come nessuna altra App, tra le tante vagliate in questi giorni.

E non lo è per una questione tanto semplice, quanto oscura, incredibilmente, ai più.

Un’App, come qualsiasi software, per raggiungere lo scopo, ha bisogno che le siano fornite non solo le istruzioni corrette, ma anche la base di conoscenza corretta e completa, sulla quale possa operare.

Occorre quindi a monte una analisi scientifica rigorosa che riesca a determinare con certezza chi è contagiato e contagioso e chi no.

Ora, partendo da questi presupposti analizziamo gli elementi a nostra disposizione (e a disposizione della App).

I tamponi e gli esami sierologici al momento sono inattendibili, semplicemente perché non è stata ancora individuata la corretta catena molecolare da ricercare.

Nella lunga sequenza numerica a disposizione è stato individuato il range entro il quale il Coronavirus si trova, ma non la sequenza precisa, e questo confonde i risultati perché all’interno dello stesso range si rinvengono le sequenze di altri virus, come semplici raffreddori o influenze e quindi si determina confusione nei risultati. Questo è il motivo per cui spesso sentiamo dire alla televisione che si aspetta il secondo, o talvolta anche il terzo risultato di tampone per avere certezza che quel soggetto abbia o non abbia il coronavirus.

Questo conduce a 2 serie di problemi piuttosto seri che impediscono il corretto funzionamento della App e, di conseguenza, inficiano la sua utilità.

1) I falsi negativi in misura superiore al 30%, scoperti dalla Mayo Clinic e pubblicati su Science Daily, qui l’articolo https://www.sciencedaily.com/releases/2020/04/200409144805.htm?fbclid=IwAR0QUPM3rS2qC7pddfOH435dJWchf63W2uRK-HbgXjuhtBsrOPfZO3oGlUg, ma anche su Bloomberg

https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-04-11/false-negative-coronavirus-test-results-raise-doctors-doubts?fbclid=IwAR1Zw4rx6OslLEVzcM1IwXkH7o41JEqKxWoRKJltjBsZbWfqSH9vrakR5Ho

 

2) I falsi positivi che possono arrivare al 50%, qui l’articolo https://www.recnews.it/2020/03/11/tra-i-contagiati-da-covid-19-ci-sono-circa-la-meta-di-falsi-positivi/

 

Ora è intuitivo che se i laboratori dei nostri ospedali non sanno bene cosa cercare i risultati non possano che essere spesso contraddittori, tant’è che talvolta un soggetto che al primo tampone risulta positivo, al secondo tampone potrebbe risultare negativo, e viceversa.

 

Il mondo utopico

Per comodità matematica prendiamo ad esempio una intera comunità formata da 1 milione di individui.

Nel mondo ideale vi sarà almeno 1 milione di tamponi, uno per ciascuno, per individuare se è malato oppure no (al momento in cui scrivo pare che vi sia carenza di reagenti per tamponi) https://www.lastampa.it/cronaca/2020/04/14/news/coronavirus-l-allarme-di-un-laboratorio-a-brescia-stanno-finendo-i-reagenti-per-i-tamponi-1.38717647

https://www.lasiciliaweb.it/2020/04/15/a-catania-pochi-tamponi-e-carenza-di-reagenti/

E questo milione di tamponi verrà eseguito su tutti, da personale specializzato che avrà il tempo e il modo di raggiungere ogni individuo presente sul territorio, porterà i reperti in laboratorio, dove altrettanto specializzati e competenti analisti vaglieranno con gli opportuni reagenti i risultati e li comunicheranno per mezzo dei sanitari, ai cittadini.

In un mondo ideale, tutti, e soprattutto gli ipocondriaci come me, scaricheranno l’App e permetteranno il tracciamento perché avranno la falsa convinzione che la App segnalerà loro la possibilità di incrociare un soggetto malato.

Quindi vi saranno 1 milione di dispositivi mobili sui quali sarà stata scaricata l’App da tutta la popolazione presente (compresi i neonati, gli incapaci, gli irregolari, i senzatetto, gli stranieri, ecc., ma questo è un altro discorso).

Continuiamo ad analizzare il nostro mondo ideale, costituito da persone coscienziose che, pur sapendo di essere malate, non effettueranno migrazioni di massa da nord a sud, occultando il proprio stato di salute, ma in maniera ligia alle regole, scaricheranno l’app ed indicheranno il loro veritiero stato di salute.

Nel nostro mondo ideale, inoltre, sarebbe noto il grado di immunizzazione, una volta guariti, e per agevolarci le cose fingeremo che il virus, una volta colpito un soggetto, o una volta inoculato il vaccino, non vi faccia più ritorno.

Le cose non stanno realmente così perché non conosciamo il reale grado di immunizzazione, una volta guariti.

Numerosi sono i casi in cui il soggetto, ammalato, ricoverato perché positivo, e poi guarito, a distanza di un mese ha ripresentato positività al virus. Questo comportamento strano induce alcuni scienziati a ritenere che al pari di vari virus Herpes (zoster o simplex) possa annidarsi nell’organismo e restarvi latente anche per anni, pronto a riemergere in condizioni di abbassamento delle difese immunitarie.

Ma vediamo nello specifico cosa accade in un’App quando i risultati sono inattendibili e si basano su questi errati presupposti.

 

Lo scenario 1: i falsi negativi

Nello scenario 1 (i falsi negativi) ci troveremo nella situazione per cui su 1 milione di persone, 360.000 se ne andranno in giro, pur avendo fatto il tampone, convinte di essere sane, perché il tampone ha evidenziato in loro una (falsa) negatività. Non ha cioè rilevato la presenza del virus in questi soggetti.

Quindi per costoro, niente pallino rosso sulla mappa del tracciamento, ma solo un bel pallino verde, di persone sane.

Se il rapporto di contagio fosse di 1:1, nel giro di due settimane ci troveremmo con il doppio dei contagiati saltati fuori come funghi, in cui il virus è nato per partenogenesi, perché non si saprà chi lo ha diffuso.

O meglio, paradossalmente i veri “untori” verranno avvisati, che sono entrati in contatto con un paziente 0 (che in realtà è il paziente 1 che loro stessi hanno infettato), con una proliferazione del virus del tutto indipendente dal tracciamento e con enormi ripercussioni sulla salute collettiva.

Se infatti io mi vedo circondata sempre e solo da pallini verdi ho la falsa sicurezza di essere al sicuro e magari non prendo neppure le precauzioni minime che avrei preso restando nel dubbio.

 

Lo scenario 2: i falsi positivi

Ancora più complessa e pericolosa è la seconda ipotesi. Il 50% di falsi positivi.

Questo significa che al contrario del caso precedente, su 1 milione di tamponi, vi è il concreto rischio che vengano indicati come positivi 500.000 soggetti che invece sono sani (oggi, domani non si sa).

A loro verrà quindi assegnato sulla App un bel pallino rosso, con obbligo di autoisolamento e multa nel caso in cui esca, pur non essendo malato.

E se 2 o 3 contatti, ad esempio appartenenti alla stessa famiglia, o amici tra loro, che hanno ricevuto in contemporanea l’alert si telefoneranno per comunicarsi l’allarme appena ricevuto, risalendo a ritroso a cosa hanno fatto e chi hanno incontrato nei giorni precedenti, penseranno di aver individuato il possibile, ma incolpevole untore il quale verrà additato dalla comunità come tale, pur senza essere contagioso. Gli verrà impedito di lavorare, di frequentare la sua famiglia, di uscire, in base a tamponi errati.

 

Conclusioni

In definitiva, allo stato dell’arte, è impossibile prevedere lo stato degli infetti attualmente circolanti, e l’unica misura valida per contenere il contagio continua ad essere quella di considerarci tutti potenzialmente malati, adottando misure empiriche di sicurezza, come l’autoisolamento, il distanziamento sociale, il lavaggio delle mani, le mascherine.

Sulla base dei presupposti sopra evidenziati non sarà, purtroppo un’App, per quanto sofisticata, a salvarci, perché essa non potrà che analizzare dati parziali, errati, incompleti, con una evidente inutilità (o addirittura dannosità) della stessa.

Verrà tracciata l’aria. Il nulla. Il vuoto pneumatico. Non ci sono i dati per far girare la App.

Qualunque App di qualunque tipo, foggia o colore. Finchè non viene individuata la corretta catena molecolare del virus e finché i tamponi daranno il 36% di falsi negativi e circa il 50% di falsi positivi, non ci sarà alcun dato utile da analizzare.

2 commenti
  1. Carlo Tietz
    Carlo Tietz dice:

    Concordo su tutto.
    Temo che siano più probabili i falsi negativi che i falsi positivi.
    E comunque i tamponi non si possono fare e, di conseguenza, nessuna prevenzione può essere attuata.
    Salvo l’isolamento.

    Rispondi

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