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Corte europea dei diritti dell’uomo, sez. V, sentenza 8 febbraio 2018, n. 31446/12

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Alla luce di un caso “francese” in cui ad un indagato per traffico di sostanze stupefacenti, tra le misure di sorveglianza, veniva inclusa la geolocalizzazione della sua auto e di seguito il giudice ordinava all’operatore telefonico dell’imputato i dati del suo cellulare, la Corte di Strasburgo ha ritenuto violato l’articolo 8 della Convenzione europea dei Diritti umani che riguarda il diritto al rispetto della vita privata e familiare, per la geolocalizzazione in tempo reale del veicolo dell’indagato per mezzo del GPS, escludendo per contro ogni violazione da parte dell’ordinanza del tribunale nella parte in cui obbligava l’operatore telefonico a fornire l’elenco delle celle collegate al portatile dell’indagato, al fine di ottenere il successivo monitoraggio dei movimenti.

La Corte rileva che all’epoca del fatto la legge francese riguardo alla geolocalizzazione in tempo reale, entrata poi in vigore il 28 maggio 2014, non indicava specifiche misure, né come le autorità potessero esercitare il loro potere. Per ciò che concerneva l’operatore telefonico, pur costituendo un’interferenza nella vita privata dell’imputato, l’ordine giudiziale era però conforme alla legge e si rifaceva ad un legittimo obiettivo, come la prevenzione della criminalità; in più tale misura risultava fondamentale per mirare ad interrompere un’attività illecita consistente in un traffico di sostanze stupefacenti, e le informazioni del caso erano state utilizzate in un processo nel quale all’imputato era stata garantita un’adeguata rivisitazione della sua posizione in conformità con la giustizia francese.

 

 

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